Telefono a scuola: pro e contro tra apprendimento, attenzione e regole

Smartphone accanto ai quaderni in un’aula durante un’attività guidata dall’insegnante

Un telefono spento nello zaino, uno acceso sul banco e uno impiegato per svolgere un compito non sono la stessa cosa. Il dispositivo è identico, ma cambiano la sua funzione e l’effetto sulla classe. Per valutare vantaggi e svantaggi dello smartphone a scuola bisogna quindi partire dall’uso concreto: quale attività permette di svolgere, per quanto tempo e con quale risultato?

Quando manca una finalità precisa, il telefono conserva tutte le sue funzioni personali e compete facilmente con la lezione. Quando invece viene inserito in un’attività progettata, può offrire strumenti utili. Questo possibile valore didattico, però, non equivale a un’autorizzazione generale: deve essere compatibile con la disciplina vigente e con il regolamento della scuola.

Quando il telefono può avere un’utilità didattica

Lo smartphone riunisce in un solo oggetto diversi strumenti: consente di consultare rapidamente un dizionario, cercare un’informazione, fotografare un materiale, documentare un’osservazione o rispondere a un’attività interattiva. Questa rapidità può essere utile, ma non garantisce di per sé un apprendimento migliore. Una risposta trovata in pochi secondi deve comunque essere selezionata, verificata e inserita in un percorso guidato.

Un’altra opportunità consiste nel collegare l’aula all’ambiente esterno. In un’attività circoscritta per l’apprendimento linguistico, per esempio, gli studenti possono raccogliere immagini di cartelli in inglese presenti nel luogo in cui vivono e analizzarle successivamente in classe. Il telefono serve allora a produrre un materiale pertinente, non a occupare genericamente il tempo della lezione. È un esempio di possibilità didattica, non la prova che qualsiasi attività con lo smartphone sia efficace.

Il dispositivo può inoltre avere una funzione di accessibilità. Sono previste eccezioni quando il suo impiego è indicato nel Piano educativo individualizzato (PEI) o nel Piano didattico personalizzato (PDP) come supporto per studenti con disabilità o disturbi specifici dell’apprendimento. Sono richiamate anche motivate necessità personali e, in determinati percorsi tecnici, attività nelle quali il telefono sia funzionale all’informatica e alle telecomunicazioni. Si tratta di condizioni specifiche, da applicare al singolo caso, non di un permesso esteso a tutta la classe.

Perché l’attenzione resta il punto più delicato

Lo stesso schermo sul quale compare il materiale scolastico rende accessibili anche messaggi, social network, giochi e contenuti estranei alla consegna. Se obiettivo e durata non sono delimitati, passare dall’attività didattica a quella personale richiede pochissimo. Anche lo sguardo dei compagni può essere attirato da ciò che accade su un altro schermo.

Il problema della distrazione non è nuovo nella disciplina scolastica. La nota ministeriale n. 30 del 15 marzo 2007 indicava il cellulare come possibile elemento di disturbo sia per chi lo utilizzava sia per i compagni; collegava inoltre l’uso durante la lezione al rispetto dovuto all’insegnante e prevedeva conseguenze disciplinari. Il telefono incide quindi non soltanto sull’attenzione individuale, ma anche sulla gestione collettiva dell’attività.

Una consegna strutturata può rendere meno probabile questa dispersione. Servono un compito significativo, tempi espliciti e un risultato osservabile: non semplicemente “usate il telefono”, ma “consultate questa risorsa per cinque minuti e confrontate le due definizioni”. Il dispositivo viene attivato per una funzione limitata e poi riposto. Più la consegna rimane aperta, più diventa difficile distinguere l’uso scolastico da quello personale.

Privacy, differenze tra dispositivi e rapporto educativo

Fotocamera, microfono, account e applicazioni introducono questioni che una normale penna non pone. Prima di assegnare un’attività occorre stabilire se siano davvero necessarie immagini o registrazioni, che cosa possa essere ripreso, dove venga conservato il materiale e se sia richiesto l’accesso a un servizio esterno. La possibilità tecnica di raccogliere un contenuto non rende automaticamente appropriato farlo.

Non si può neppure costruire un compito presumendo che tutti abbiano lo stesso modello, una batteria carica, traffico dati disponibile o applicazioni compatibili. Se l’attività ammessa richiede un dispositivo personale, la scuola deve prevedere un’alternativa che consenta di raggiungere lo stesso obiettivo. In caso contrario, una differenza tecnica rischia di diventare una differenza nella partecipazione.

C’è infine un costo organizzativo: una regola vaga costringe l’insegnante a controllare continuamente che cosa stiano facendo gli studenti. Una regola visibile e condivisa riduce invece l’ambiguità. Deve chiarire quando il telefono resta custodito, chi ne autorizza l’eventuale impiego, che cosa accade alla fine del compito e quali canali siano disponibili per le comunicazioni urgenti.

Che cosa prevedono oggi le regole scolastiche

Nel contesto italiano, la valutazione pedagogica viene dopo la verifica normativa. Con la circolare MIM n. 3392 del 16 giugno 2025, il divieto di utilizzo del telefono cellulare è stato esteso agli studenti del secondo ciclo. Riguarda l’attività didattica e, più in generale, l’orario scolastico; le istituzioni scolastiche devono adeguare il regolamento d’istituto e il patto di corresponsabilità educativa.

Per il primo ciclo, il divieto in classe era già stato disposto dalla nota ministeriale n. 5274 dell’11 luglio 2024 per l’anno scolastico 2024-2025. È importante non confondere il divieto durante la sola lezione con quello riferito più ampiamente all’orario scolastico. Per sapere come vengono gestiti custodia, consegna del dispositivo, violazioni ed esigenze particolari bisogna consultare il regolamento della singola scuola.

Ne deriva un criterio essenziale: un’attività potenzialmente utile non è per questo automaticamente consentita. Prima si verifica se rientra nelle regole e nelle eccezioni applicabili; soltanto dopo se ne valuta la qualità didattica.

Il confine tra strumento educativo e semplice distrazione

Il primo criterio è l’obiettivo. Il telefono deve permettere di compiere un’azione collegata a ciò che si sta imparando, non essere introdotto perché familiare o veloce. Se la stessa attività può essere svolta con uno strumento scolastico già disponibile, senza account personali e con minori problemi di gestione, non c’è una ragione sufficiente per preferire lo smartphone.

Il secondo criterio è la delimitazione. L’insegnante deve poter indicare l’inizio e la fine dell’uso, la risorsa da consultare e il prodotto atteso. Anche un’attività valida perde solidità se lascia il dispositivo disponibile per tutta la lezione senza necessità.

Il terzo è l’equità: ogni studente deve poter partecipare anche senza un telefono personale adeguato. Il quarto è la protezione dei dati, da considerare prima di richiedere fotografie, registrazioni, applicazioni o iscrizioni. Il quinto è la governance: autorizzazioni, custodia, eccezioni e conseguenze devono essere comprensibili a studenti, famiglie e personale.

La scelta, dunque, non si esaurisce in un “telefono sì” o “telefono no”. Nel quadro delle limitazioni vigenti, occorre prima chiedersi se l’impiego sia consentito; dove lo è, bisogna stabilire quale obiettivo lo renda necessario e quali regole impediscano che attenzione, privacy e relazione educativa vengano subordinate al dispositivo.

Informazioni su Cristina Specci 322 articoli
Sono una blogger per passione e divertimento. La musica è la mia vita, la ascolto sempre e mi piace vedere spettacoli dal vivo. Quando non scrivo sul blog, mi piace guardare i film al cinema oa casa, andare in macchina ed esplorare posti nuovi.